Segue articolo di Giacomo Lauri-Volpi
Nessuno mai ha interpretato lo spartito di Berlioz con l'intuito e il fascino onde il mirabile artista raffigurò il Mefisto che canta, tra volanti silfidi, l'aria indimenticabile: “Su queste rose, dischiuse nella notte”. De Luca, con il suo canto insinuante e malizioso, creava l'atmosfera magica, diabolica, per avvolgere l'indecisa anima di Faust nelle spire della seduzione e della perdizione.
L'omino dalla statura al di sotto del fisico normale - come Bonci, De Muro, Sammarco - si arrampicava su uno sgabello, e ravvolto in ampia cappa nera si allungava, si allungava fino a dare la sensazione di diventare altissimo, satanicamente immenso. E quella sua voce morbida, rotonda, pastosa, sapiente produceva nel pubblico un godimento un abbandono di indicibile sortilegio. Egli aveva il senso infallibile della misura artistica e delle proporzioni fisiche. Faceva grande ciò ch'era, nella apparenza, minuto. Con luci ed ombre, con il più e il meno, in alterno equilibrio, riusciva a fare ciò che altri con voci fenomenali, non fecero.
Ero al suo fianco al Metropolitan, nella esecuzione del
“Re di Lahore" l'opera di Massenet, in cui egli signoreggiava da protagonista. Chi non ricorda in quel teatro, la sua entrata in scena nel fasto orientale dell'apoteosi, e “il canto a Sità la bellissima indiana, che il Re vuole far sua? Al finale dell'ardua melodia, il raffinato pubblico prolungava l'ovazione, interrompendo a lungo lo spettacolo. Un pubblico che non aveva bisogno della claque stimolante, solitamente assoldata da rivali, per riconoscere il valore e la validità di un'arte solida, sobria, cosciente, sicura.
.....Seconda parte
Il MIRACOLO “De Luca” consisteva, insomma, in due virtù essenziali e rarissime: versatilità mentale e interpretativa, e sapienza tecnica respiratoria. A tali virtù egli dovette la vittoria sul tempo, sui rivali e sopra se stesso. Baritoni dalla potenza di un Pasquale Amato e di un Titta Ruffo, dall'eleganza di un Antonio Scotti, dalla bellezza fonetica di un Carlo Galeffi furono visti, a poco a poco, cedere, e poi scomparire davanti all'imperterrito cantore romano, sempre sicuro di sé, sempre sorridente, gaudente, ironico. Gatti Casazza chiedeva talvolta suggerimenti e opinioni all'astuto “Ulisse” sopravvissuto ai fieri Pelidi e agli Aiaci Telamonii della lirica, con gioconda serenità e lepida vivacità grazie a quelle virtù, ch'erano le segrete armi della sua sopravvivenza e delle sue rinnovate affermazioni. Quando il valore artistico coincide con la genialità inventiva, si penetra in un universo estetico accessibile unicamente ai privilegiati. Ed ecco un “Gianni Schicchi” trasformarsi in “Germon”, un Rigoletto in Amonasro, una Maschera della Turandot in Padre della “ Luisa Miller”, un “Figaro” nel “Marchese di Posa”, un “Lescaut” in “Barnaba” della “Gioconda”. Ebbene, tutto ciò seppe fare  il nostro trasformista canoro. Questa versatilità, da una parte, lo rese indispensabile al Metropolitan dove ogni settimana si allestivano sei opere diverse e, talvolta di autori diversi; la tecnica respiratoria, dall'altra, lo rese padrone di un “legato” inimitabile, facendogli superare felicemente lo scoglio quasi sempre fatale, del climaterio. Persino negli ultimi tempi, allorché la voce aveva visto pericolare gli acuti un tempo scrupolosamente raccolti e sostenuti, egli riusciva col magistero del fiato ad evitare gli scogli.
In una serata importante in cui si rappresentava la “Traviata” davanti al più bel pubblico di quel teatro ebbi modo di esaminare “l'arte del respiro” ch'era tutta propria di De Luca. Quella sera, egli non era in perfetta forma. Nevicava da parecchi giorni a New York , e De Luca si era buscata un'impertinente infreddatura. Non era solito, lui, a rinunciare alle recite, se proprio non avesse addosso una febbre da cavallo. Alle mie spalle, mentr'io ero seduto al tavolo, con le mani nei capelli per l'improvvisa scomparsa di “Violetta” De Luca mi rivolgeva la sua brava paternale canora. Sentivo che un catarrino insolente insidiava le sue note, le appannava. E pensavo tra me: che succederà, adesso, al “Dio mi esaudì” - Arriverà in porto? - E tremavo per lui. L'astutissimo ed abilissimo artista seppe tenere a bada, aggirare le invadenti mucosità, con bravura e disinvoltura inverosimili. L'ultima vocale della cadenza scivolò sui miei capelli, come lieve carezza, sfiorando l'aria e propagandosi, per incantesimo, nel silenzio grandioso della sala, tra i severi smorzatissimi dell'accompagnamento orchestrale. Ma De Luca, che difficilmente sudava in scena, aveva, quella sera, la camicia bagnata e mostrava la fronte irrigata da goccioline variopinte, frammiste al diluito cerone. Dio lo aveva esaudito. Fu davvero un esame esauriente, una lezione incontestabile, quella. Mai più, vidi simile padronanza di sé, in un artista lirico….
Non mi si venga a dire che, probabilmente, i rapporti di amicizia ch'ebbi con De Luca, facciano velo al mio giudizio. Credo di avere dato numerose prove di obiettività nell'esame delle voci, siano esse appartenute ad artisti amici o nemici o sconosciuti. In realtà, De Luca era un cantore d'eccezione per il contrasto tra le possibilità e i risultati. Amava la sua arte ed era consapevole, gelosamente consapevole, del suo valore. Non era uomo di cultura. Prima di esercitare il canto, aveva praticato un mestiere, come Cotogni, Marconi, Bonci e tantissimi altri. Quella coscienza si sé e del cammino percorso  con le sue forze, lo rendeva orgoglioso. Diceva di non invidiare nessuno al mondo, tranne i fortunati che hanno un titolo di studio . Nel 1937 stavo redigendo la mia autobiografia. Lui giaceva a letto, per un fastidioso attacco reumatico. Al fine di distrarlo, andavo a leggergli le prime cartelle manoscritte. Rimaneva sempre incantato, ed esclamava: “Beato lei, che può raccontare e manifestare a suo modo ciò che pensa e vuole! Anche a me piacerebbe scrivere di me stesso, dei miei studi musicali, delle mie fortunate vicende. Potrei, sì, affidarmi a un giornalista o a un professionista della penna, come ha fatto qualcuno. Ma è un'altra cosa. Un altro non può significare le nostre genuine sensazioni, i nostri ricordi, troppo personali per essere interpretati da chicchessia. Beato lei che ha una penna. Penna e braccio obbediscono al suo cervello, liberamente, spontaneamente, con lo stile suo peculiare che non ammette intrusioni e falsi atteggiamenti”.
Mi colpì l'espressione di rammarico e d'impotenza dell'uomo che pur sembrava spensierato e bizzarro. La brama di sapere, la pena di non poter rivelarsi negli scritti con la stessa saggezza onde si rivelava col canto e interpretava la musica, mi aprirono uno spiraglio di quell'anima, giunta al punto di chiudere il bilancio consuntivo della sua vita artistica.
A Roma, De Luca ed io eravamo vicini di casa. Le nostre reciproche visite si facevano frequenti negli ultimi anni. Ma nel 1945 egli partì e non lo vidi più. Però, non ho mai dimenticato che nel gennaio del 1923, De Luca fu mio padrino nel Rigoletto, l'opera con la quale iniziai la serie delle mie stagioni al Metropolitan. E mi portò fortuna. Sono lieto di rendere giusto omaggio alla sua memoria.
Roma, la sua Città
La famiglia
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La nobile voce
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Le prime assolute
Un baritono poliedrico
La carriera in sintesi
Giacomo Lauri Volpi