Il MIRACOLO De Luca consisteva, insomma, in due virtù essenziali e rarissime: versatilità mentale e interpretativa, e sapienza tecnica respiratoria. A tali virtù egli dovette la vittoria sul tempo, sui rivali e sopra se stesso. Baritoni dalla potenza di un Pasquale Amato e di un Titta Ruffo, dall'eleganza di un Antonio Scotti, dalla bellezza fonetica di un Carlo Galeffi furono visti, a poco a poco, cedere, e poi scomparire davanti all'imperterrito cantore romano, sempre sicuro di sé, sempre sorridente, gaudente, ironico. Gatti Casazza chiedeva talvolta suggerimenti e opinioni all'astuto Ulisse sopravvissuto ai fieri Pelidi e agli Aiaci Telamonii della lirica, con gioconda serenità e lepida vivacità grazie a quelle virtù, ch'erano le segrete armi della sua sopravvivenza e delle sue rinnovate affermazioni. Quando il valore artistico coincide con la genialità inventiva, si penetra in un universo estetico accessibile unicamente ai privilegiati. Ed ecco un Gianni Schicchi trasformarsi in Germon, un Rigoletto in Amonasro, una Maschera della Turandot in Padre della Luisa Miller, un Figaro nel Marchese di Posa, un Lescaut in Barnaba della Gioconda. Ebbene, tutto ciò seppe fare il nostro trasformista canoro. Questa versatilità, da una parte, lo rese indispensabile al Metropolitan dove ogni settimana si allestivano sei opere diverse e, talvolta di autori diversi; la tecnica respiratoria, dall'altra, lo rese padrone di un legato inimitabile, facendogli superare felicemente lo scoglio quasi sempre fatale, del climaterio. Persino negli ultimi tempi, allorché la voce aveva visto pericolare gli acuti un tempo scrupolosamente raccolti e sostenuti, egli riusciva col magistero del fiato ad evitare gli scogli.
In una serata importante in cui si rappresentava la Traviata davanti al più bel pubblico di quel teatro ebbi modo di esaminare l'arte del respiro ch'era tutta propria di De Luca. Quella sera, egli non era in perfetta forma. Nevicava da parecchi giorni a New York , e De Luca si era buscata un'impertinente infreddatura. Non era solito, lui, a rinunciare alle recite, se proprio non avesse addosso una febbre da cavallo. Alle mie spalle, mentr'io ero seduto al tavolo, con le mani nei capelli per l'improvvisa scomparsa di Violetta De Luca mi rivolgeva la sua brava paternale canora. Sentivo che un catarrino insolente insidiava le sue note, le appannava. E pensavo tra me: che succederà, adesso, al Dio mi esaudì - Arriverà in porto? - E tremavo per lui. L'astutissimo ed abilissimo artista seppe tenere a bada, aggirare le invadenti mucosità, con bravura e disinvoltura inverosimili. L'ultima vocale della cadenza scivolò sui miei capelli, come lieve carezza, sfiorando l'aria e propagandosi, per incantesimo, nel silenzio grandioso della sala, tra i severi smorzatissimi dell'accompagnamento orchestrale. Ma De Luca, che difficilmente sudava in scena, aveva, quella sera, la camicia bagnata e mostrava la fronte irrigata da goccioline variopinte, frammiste al diluito cerone. Dio lo aveva esaudito. Fu davvero un esame esauriente, una lezione incontestabile, quella. Mai più, vidi simile padronanza di sé, in un artista lirico
.