Siamo facili a dimenticare, oggi, i veri < eroi > dell'arte. La gente si appassiona più facilmente alle prodezze della mnemotecnica del calcio, della scherma e del pedale. La Radio propone indovinelli a tutto spiano e i ragazzi abboccano. Ignorano, magari la storia patria e la geografia dello < Stivale >; ma sciorinano, per filo e per segno, dove e quando nacque, e che cosa fece un Presley qualunque. De Luca era qualcosa e qualcuno di più, e di meglio, di un Presley.
Si può scommettere che la Radiotelevisione, la quale dedica un'intera serata televisiva a una voce corrente glorificando disinvoltamente una caramellaia o una tabaccaia canore, non farà nulla per ricordare un inclito cantore, morto a New York, non dico un secolo addietro, ma appena dieci anni fa, e prima di morire vide il pubblico sbalordito del Metropolitan in piedi acclamare festosamente, dopo averlo ascoltato nella pienezza della sua arte, nonostante l'anzianità. De Luca, assente da circa venti anni, era tornato in America, in seguito alla disfatta dell'Italia in guerra. Nel 1945 vendette la sua casa di Roma e se ne tornò tra il suo pubblico americano, dalla memoria devota e fedele. In Italia, nonostante l'amicizia di altissime personalità politiche, non era riuscito a far mettere in scena la < Dannazione di Faust > opera, nella quale il suo arguto ingegno e la sua bravura di provveduto artista, aveva suscitato incondizionato consenso.